Virus HIV
Rispetto a quanto avveniva alla fine degli anni ’80 e nei primi anni ’90, oggi si parla sempre meno di cause ed effetti del
contagio dal virus HIV. Rispetto a quegli anni non si assiste più a spot televisivi sul fenomeno, o sui benefici dell’uso del preservativo, con l’effetto di mantenere vivo il problema. In un
certo senso questo “silenzio” rischia di venire percepito come “tutto sommato l’HIV non è più un pericolo”. Purtroppo questo non è ancora del tutto vero. Da delle ricerche condotte è emerso che
una percentuale elevata di ragazzi è convinto che dall’HIV si possa guarire. Qualcuno pensa addirittura che esista già la possibilità di vaccinarsi.
Non è così! La vaccinazione arriverà non prima del 2015 se la sperimentazione avrà effetti positivi (vaccino TAT della dottoressa Barbara Ensoli) ma al momento non esiste in tutto il mondo nessun
vaccino e nessun caso di negativizzazione da virus HIV (se non un caso molto studiato di un paziente sieropositivo che in seguito ad un trapianto di midollo osseo ha visto ritornare negativo il
proprio test). E’ vero che oggi la terapia farmacologica ha sostanzialmente reso questa patologia cronica, perché si può stimare una aspettativa di vita lunga, ma è altrettanto vero che la
terapia ha degli effetti collaterali molto pesanti e che comunque non tutti rispondono bene alla cura e dunque la malattia progredisce inesorabilmente.
Dal punto di vista comportamentale, la sottovalutazione del problema, causa una sempre più diffusa predisposizione a “osare”. Significa che, in alcuni casi, vengono meno le misure di prevenzione
tipiche del contagio. La percezione del rischio si abbassa e comporta mentalmente si compiono tutta una serie di azioni che aumentano la possibilità di contagio. Il comportamento più diffuso è
senza dubbio quello di non utilizzare il preservativo. Questo si aggiunge una sempre maggiore promiscuità sessuale. Oggi più che mai, si assiste a un continuo crescere del numero di partner
sessuali “pro persona”.
A questo si aggiunge il fatto che pochissimi monitorano costantemente (almeno una volta l’anno) la propria situazione sierologica e di conseguenza, magari pur in buona fede convinti di essere
negativi, continuano a contagiare altri partner. Tutti questi fattori non fanno altro che aumentare il rischio di trasmissione del virus. Per fortuna il contagio per singola esposizione ha una
probabilità molto bassa. C’è da dire un’altra cosa che il contagio non è una conseguenza certa rispetto all’esposizione al virus. Nel caso di singola esposizione però, oggi abbiamo un chance per
evitare o perlomeno cercare di ridurre la probabilità di essere contagiati. Questo protocollo che prende il nome di PPE occupazionale (profilassi post esposizione hiv), venne inizialmente
impiegato per tutto il personale medico e infermieristico che entrava in contatto con il virus (puntura con aghi di persone sicuramente sieropositive, tagli durante interventi chirurgici
etc).
Oggi in molti centri di malattie infettive degli ospedali italiani, la stessa possibilità viene data anche a tutti quelli che si sono esposti al virus in ambiente non occupazionale (rapporti
sessuali non protetti, incidenti etc.). In questo caso la sigla prende il nome di n-PPE. La profilassi post-esposizione ad HIV è da applicare in caso di possibile esposizione al virus HIV. Questo
trattamento farmacologico HAART (Highly Active Antiretroviral Therapy) è la terapia antiretrovirale seguita dalle persone che già sono contagiate da HIV. Gli studi hanno dimostrato che mentre la
HAART nelle persone già sieropositive ha come effetto quello di ridurre il “grado di malattia”, l’utilizzo della stessa nelle primissime ore dall’esposizione ha come obiettivo quello di impedire
il contagio. Per ottenere questo trattamento farmacologico, subito dopo l’esposizione ci si deve rivolgere al pronto soccorso dell’ospedale più vicino. La profilassi post-esposizione deve essere
iniziata al più presto possibile dopo l'esposizione all'HIV, possibilmente entro 12 ore dall'infortunio e, comunque, non oltre le 72 ore. Si stima che la probabilità di contagio si riduca
dell'80%, se la profilassi è praticata correttamente e nei tempi stabiliti. La necessità di iniziare il trattamento al più presto possibile è legata al fatto che, in base a quanto si ritiene,
occorre agire sul virus HIV prima che esso raggiunga il timo.
L’utilizzo della PPE non può e non deve diventare “la pillola del giorno dopo”, nel senso che la prevenzione e l’utilizzo del buon senso (usare sempre e comunque il preservativo ed evitare una
promiscuità sessuale patologica) deve sempre prevalere. Visto l’elevato costo sociale della terapia la PPE e i fortissimi effetti collaterali, la terapia non consigliata a tutti. Sarà compito del
medico verificare i requisiti per essere sottoposti alla PPE ed effettuare un rapporto rischi – benefici.
Durante la fase di ingresso del paziente in ospedale, ma soprattutto durante tutti i 30 giorni in cui il paziente sarà in cura
presso il reparto di infettivologia, il rapporto con il proprio medico è assolutamente strategico, per la gestione di tutti gli eventi stressanti e per il successo della terapia. Infatti visti
gli effetti collaterali molti soggetti abbandonano il trattamento. Sia per lo shock che per il pesante trattamento farmacologico il percorso del soggetto che si è affaccia alla PPE non è facile e
presenta delle criticità molto forti sulle quali il medico o lo psicologo del reparto devono lavorare.
Il paziente deve sempre trovare una risposta alle domande che porrà in sede di counseling e a visita con il proprio medico. Il dubbio o la ricerca fai da te di informazioni devono essere
scongiurate a favore di una comunicazione costante ed esauriente. Gli elevati livelli di stress, disorientamento cognitivo, paura, depressione del soggetto timoroso di andare incontro alla
malattia, che deve aspettare il primo verdetto (test a 30 giorni dal rapporto) sono dimensioni che devono essere monitorate costantemente.
I livelli di ansia nei soggetti esposti al rischio di malattia irreversibile sono molto elevati. Talvolta è consigliabile costante counseling psicologico durante tutto il periodo di monitoraggio
(primo test a termine trattamento e test di conferma a 3 mesi). Uno dei disturbi più classici riscontrati in questa tipologia di pazienti è il disturbo post traumatico da stress associato a un
disturbo d'ansia generalizzato (DSM-IV). Sul paziente va indirizzata una precisa azione di formazione sulle tematiche hiv correlate, al fine di evitare che possa in qualche modo ritrovarsi in
situazioni similari nel futuro prossimo.
Articolo del Dr. Cristian Livolsi pubblicato anche sul sito www.medicitalia.it