Call Center
Gli ultimi dati Istat confermano la tesi secondo la quale, la disoccupazione in Sardegna è in diminuzione, anche se dal mio punto di vista, la
situazione non migliora nel complesso: è sempre maggiore il numero dei lavoratori precari e sempre minore quello di coloro che riescono a trovare una occupazione stabile a tempo
indeterminato.
Di conseguenza in una visione complessiva, l’andamento statistico della ricerca produce effetti significativi a sostegno dell’ipotesi, ma a livello qualitativo del dato, probabilmente vi è da
interpretare la nascita di una crescente precarizzazione del lavoro, che “sballa” le statistiche sul lavoro. La situazione più grave dei disoccupati in Sardegna è quella rappresentata da tutti
quei ragazzi appartenenti alla fascia d’età compresa tra i 19 e i 30 anni, che prova ad affacciarsi per la prima volta nel mondo del lavoro. I più penalizzati sembrano essere coloro che
escono da un percorso superiore o universitario. Paradossalmente, oggi il mercato del lavoro è sempre più alla ricerca di figure operative, di medio basso livello di istruzione (operai, personale
agricolo, elettricisti, idraulici, muratori etc.) e sempre meno di professionisti con elevati livelli di istruzione. Le figure di medio alto livello sono meno ricercate e quelle che vengono
richieste appartengono a settori produttivi molto specifici.
Il dato relativo al ritardo dell’ingresso del lavoro dei giovani sardi viene confermato anche da una recente ricerca condotta dall’Università di Cagliari che dimostra come sia in
forte aumento il tempo medio per l’ottenimento del primo impiego dei neo-laureati presso l’Università cagliaritana.
La ricerca dimostra inoltre, come tra gli occupati dopo la laurea, cresce il numero di laureati che svolge una attività lavorativa per cui non è previsto un titolo universitario (pensiamo ai
migliaia di operatori di call center). I dati statistici dimostrano dunque che il diplomato, di circa 18-21 anni, si affaccia per la prima volta nel mondo del lavoro dopo 2 anni dal
conseguimento del diploma, mentre il laureato (24-27 anni), dopo circa 1,5 anni in media. Questo rallentamento del processo di inserimento lavorativo, oltre che essere causa di una prolungata
permanenza del giovane all’interno del contesto familiare è anche causa di un maggiore costo per le famiglie che devono sostenere le spese dei propri figli non più sino ai famosi 18 anni ma oggi,
spesso, anche sino ai trenta. Questa precarizzazione porta poi un problema al sistema sociale.
La disoccupazione e la precarietà sono sinonimo di una ridotta capacità finanziaria per una fascia d’età che deve ancora crearsi il proprio futuro.
In questa fascia d’età, una diminuzione o la assenza di una disponibilità finanziaria, associati a una assenza di sicurezza sul futuro, fa si che tutte le normali tappe di evoluzione
psico-sociale vengano posticipate a “tempi migliori”.
Il matrimonio viene posticipato così come la procreazione. Il vivere per un lungo periodo una situazione di precarietà e di insicurezza comporta l’introiezione di una paura verso il futuro che si
manifesta attraverso uno schema di pensiero che preferisce il “qui et ora” piuttosto che la costruzione del futuro .
Una ricerca ha dimostrato che la percezione del futuro dei lavoratori precari è in assoluto molto più negativa dei coetanei che hanno un contratto a tempo indeterminato. La scorsa volta abbiamo
visto l’insieme dei sintomi psico-somatici del disoccupato di lungo termine. Una delle sintomatologie più caratteristiche del lavoratore precario è l’ansia. L'ansia è uno stato caratterizzato da
una sensazione di paura non connessa ad alcuno stimolo specifico. Si distingue dalla paura vera e propria per il fatto di essere aspecifica, vaga o derivata sistema nervoso da un conflitto
interiore.
I segni somatici sono una iperattività del sistema nervoso autonomo e in generale della classica risposta del sistema simpatico di tipo "combatti o fuggi". L'ansia è una complessa
combinazione di emozioni negative che includono paura, apprensione e preoccupazione, ed è spesso accompagnata da sensazioni fisiche come palpitazioni, dolori al petto e/o respiro corto, nausea,
tremore interno. Può esistere come disturbo cerebrale primario oppure può essere associata ad altri problemi medici, inclusi altri disturbi psichiatrici.
L'ansia sembra avere una componente cognitiva, una somatica, una emozionale e una comportamentale. La componente cognitiva comporta aspettative di un pericolo diffuso e incerto. Dal punto di
vista somatico, il corpo prepara l'organismo ad affrontare la minaccia (una reazione d'emergenza): la pressione del sangue e la frequenza cardiaca aumentano, la sudorazione aumenta, il flusso
sanguigno verso i più importanti gruppi muscolari aumenta e le funzioni del sistema immunitario e quello digestivo diminuiscono.
Esternamente i segni somatici dell'ansia possono includere pallore della pelle, sudore, tremore e dilatazione pupillare. Dal punto di vista emozionale, l'ansia causa un senso di terrore o panico,
nausea e brividi.
Dal punto di vista comportamentale, si possono presentare sia comportamenti volontari che involontari, diretti alla fuga o all'evitare la fonte dell'ansia.